semi di suono in cammino | attila faravelli | in progress 01

pianpicollo research residency 019

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 settembre 2018 – marzo 2019


ho iniziato il mio periodo di residenza con una specie di crossfade, una dissolvenza incrociata, come in un montaggio audio video, il mio primo giorno di presenza alla residenza infatti ha coinciso con la presentazione finale di maurizio. il clima umano di questo evento era molto caldo, informale e partecipato.

se dovessi trovare un filo rosso che lega il lavoro fatto finora direi senz’altro un’esplorazione solitaria a piedi del territorio, quando cammino lo zaino contiene sempre dei microfoni e registratori molto ingombranti e delicati ma soprattutto pesanti. queste attrezzature sono come una presenza, un compagno di cammino che mi incita di continuo a partecipare di quello che incontro (o che incontra me) e ad avere cura della qualità sempre singolare del mio attraversare gli spazi. gli strumenti di registrazione sono una specie di pretesto per cercare qualcosa in giro, non è chiaro che cosa finché in qualche angolo recondito, spesso all’improvviso, trovo un motivo per spacchettare il groviglio di cavi, microfoni, mixer e cuffie che mi porto sulle spalle.

durante i periodi di residenza ho percorso distanze consistenti lungo la grande traversata delle langhe, a volte mi sono addentrato su sentieri minori, segnati o no, che si diramano da questa via di per sé già minore o comunque già scarsamente segnalata. sono ritornato più volte negli stessi posti, in momenti dell’anno diversi ma anche a distanza di un solo giorno. in alcune occasioni ho cercato di raggiungere delle mete senza riuscirci perché trovavo qualcosa di interessante da registrare lungo la strada che ritardava il mio ritmo, in altri momenti ho esplorato punti trovati a caso sulla mappa, ma anche mi è capitato di percorrere brevi tratti intorno alla casa.

recentemente ho fatto lunghe camminate nella neve, la neve mantiene una traccia visibile di chi è passato anche per diversi giorni, e mi è capitato spesso che le uniche impronte presenti fossero le mie e quelle di animali, riconoscibili sia per la forma che perché seguono percorsi che tagliano il sentiero in modo perpendicolare, seguendo delle logiche di percorrenza chiaramente non umane. ho notato altre tracce singolari sulla neve lasciate da insetti morti o piccole foglie che fanno sciogliere un pò di neve nel luogo esatto in cui sono appoggiate, creando delle piccole fosse profonde appena qualche centimetro. capita anche che piccoli arbusti vengano coperti dal peso della neve e che la loro stessa forza elastica riesca a farli riemergere, lasciando traccia di questa risalita sotto forma di impronta filiforme.

mi è capitato un giorno di percorrere quasi 20 km, con lo zaino carico di microfoni, senza mai estrarli, ed una volta arrivato a 30 metri dalla residenza, oramai al buio, di rimanere un’ora a registrare alcuni suoni presso il cantiere (in quel momento non attivo) della nuova stalla. sarebbe bastato fermarsi all’inizio della camminata oppure aver camminato per ore ha modificato la mia capacità di ascoltare?

sono attratto dalla neutralità dei paesaggi, dall’assenza di punti che costringano a fissare lo sguardo o l’ascolto su qualcosa piuttosto che su altro, l’esatto contrario dell’esperienza del turista che va a visitare dei monumenti. mi entusiasma l’idea di trovare qualcosa che fa risuonare il mio interesse in elementi del paesaggio nascosti o comunque privi di caratteristiche estetiche eclatanti. una volta ho incontrato una mucca grigia nella nebbia, mi ha fissato mentre io fissavo lei, sembrava di essere rimasti gli unici due esseri viventi al mondo.

la fotografia è sempre stata interessata ad elementi ed eventi minoritari mentre col suono sembra più diffusa la tendenza a documentare un paesaggio sonoro o il suono di animali rari. girare semplicemente a caso coi microfoni è una pratica meno diffusa.

ad esempio i tronchi marci non ci sono mai nei parchi cittadini, il suolo del bosco è pieno di carcasse di alberi e il piede sprofonda per diversi centimetri in questo pavimento di cui si percepisce la complessità organica solo ascoltando il suono che fanno i piedi quando lo si calpesta. le ossa dei piedi e delle gambe riverberano con la vibrazione insieme secca ma anche umida e molle di questi rami spezzati sotto le scarpe.

nonostante siano anni che registro mi sorprende ancora ogni volta la differenza tra quello che si ascolta con le orecchie e quello che si sente attraverso il microfono. non so se sia per via dell’amplificazione estrema di fenomeni sonori piccoli, o se sia invece il ‘framing’ o ‘bracketing’ che il microfono effettua sulla realtà. la cosa strana è come questa messa tra parentesi di un piccolo dettaglio di mondo, ad esempio bucare con un bastone le bolle di aria intrappolate nel ghiaccio, riveli all’ascolto, attraverso la registrazione, una grande complessità ed astrazione sonora, a partire da un gesto insignificante.

un’altra cosa che mi sorprende sempre è la fretta, una specie di ansia di registrare qualcosa che è evidentemente lì quasi da sempre e che sarà lì altrettanto per sempre.

ho molti amici e colleghi che suonano con dei sintetizzatori modulari, si tratta di sistemi elettronici in cui vari moduli (ognuno dei quali fa una cosa semplice) vengono collegati gli uni agli altri ed il risultato è talmente imprevedibile e complesso che è necessario fissare i risultati nel momento stesso in cui li si producono, perché queste combinazione di oscillatori e filtri è impossibile da riprodurre di nuovo in modo controllato. quando registro mi atteggio nello stesso modo, cerco di documentare la relazione singolare, la configurazione irripetibile che avviene in un unico momento tra me e le forze, gli oggetti, gli animali e le persone presenti in uno spazio.

mi interessano i suoni prodotti da dispositivi umani meccanici in contesti poco antropici. c’è una strana regolarità nel suono prodotto ad esempio da un trasformatore elettrico dentro una centralina nel mezzo del nulla, oppure nell’acustica squadrata e riverberante di una piccola chiesa abbandonata in mezzo ad un prato quasi anecoico.

è come se queste forme sonore relativamente ben strutturate si stagliassero in modo più netto su un fondo organico rispetto a quando le si trova in ambienti molto antropizzati.

mi interessano i suoni ascoltati da molto lontano, una volta ho fatto una pausa in fondo ad una salita a prunetto, da qui si poteva ascoltare il suono proveniente da tutto il paese, il motore fisso e distante di una betoniera creava una base profonda su cui tutti gli altri suoni sembravano galleggiare.

il suono dei miei passi è spesso assordante nel relativo silenzio di un contesto poco antropizzato. il suono dei passi è incredibilmente ricco di indizi (la consistenza del suolo, la presenza di acqua, neve o fango, la dimensione delle pietre, il loro riverbero).

per le registrazioni ho usato soprattutto un vecchio registratore a bobina mono. c’è nella stereofonia qualcosa che mi infastidisce o che comunque mi interessa provare a decostruire, credo che il problema stia nel fatto di simulare un’ascolto prospettico, in cui gli elementi sonori si dispongono in modo distante e ordinato, come lungo una linea orizzontale di fronte all’ascoltatore. l’uso di un vecchio dispositivo monaurale schiaccia ogni possibile percezione di uno spazio, rendendo evidente l’artificio della registrazione audio (come una foto in bianco e nero). anche la durata limitata del nastro, rispetto ai tempi di registrazione praticamente illimitati quando si lavora in digitale, sono un modo per mantenere attiva l’attenzione. in altre occasioni ho usato un registratore a cassette, stereo, meno ingombrante e pesante. rimango sempre sorpreso di come la registrazione su nastro abbia un suono diverso da quello che ascoltavo in cuffia durante la registrazione, questo per via delle imprecisioni e leggere distorsioni del mezzo.

questi mezzi antiquati poi non sono mai silenziosi come un registratore digitale moderno e mi piace il fatto che sia impossibile fare finta di non essere li, perché nella registrazione c’è sempre una traccia sonora, per quanto piccola, dell’atto stesso di registrare.

il setup che uso per registrare è molto scomodo e obbliga ad assumere delle posizioni quasi faticose mentre si registra, mi piace pensare che la registrazione renda in qualche modo udibile anche questa tensione data dallo sforzo fisico da parte di chi registra.

le pietre di langa hanno forme instabili, basta una spinta leggera per farle oscillare.

camminare richiede una forma particolare di attenzione in movimento, non focalizzata ma attiva e dinamica. percezione atmosferica e periferica.

Psiturisma: (noto solo in inglese come psithurism) suono del vento tra le foglie.

Coniato dal naturalista W.H. Hudson in Birds and Man (1901)

Petricore: profumo di pioggia sulla terra asciutta.

Coniato nel 1964 da due ricercatori australiani, Bear e Thomas, per un articolo sulla rivista Nature.