l'oro di pianpicollo selvatico | in progress 02

pianpicollo research residency 018 | Maurizio Cilli


note sparse sul mio lavoro con i 15 bambini della Scuola per l’infanzia di Levice

maggio - settembre 2018

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1. la Casa di Pianpicollo Selvatico è adagiata lungo un altopiano circondato da boschi, abitarla significa interrogarsi sul significato del rapporto fra l’uomo della complessità e la dimensione del selvatico.

2. L’uomo selvatico è il conoscitore dei ritmi della natura, del tempo ciclico, è il portatore di conoscenze, di saperi che determinano umanità e saggezza poiché di - svelano all’uomo i segreti che sottendono ai cicli produttivi del suo lavoro.

3. Giocare con bambini molto piccoli sul mistero dei significati simbolici e spirituali del bosco: ho consegnato a ciascuno di loro un piccolo quaderno segreto.

Forse il loro primo segreto.

4. Avvicinare la dimensione selvatica del bosco e le sue creature più misteriose, “bevendo educatamente tè immaginario”.

5. Ho mostrato e discusso con i bambini della natura e dei comportamenti delle specie animali più comuni che vivono nei boschi. Nulla come discutere con un bambino del bosco può avvicinarci e farci comprendere il mistero che appartiene alla realtà naturale e animale.

6. I bambini molto piccoli vivono in una beata ‘età dell’oro’, fatta di gioco e di pensieri lievi, con questo mio lavoro ho cercato di cogliere e registrare nei loro sguardi, nelle loro parole, le testimonianze di ciò che la loro immaginazione potenziata rende visibile: esseri estranei, liminari, metamorfici, subumani, mostruosi, sciamanici e demonici; silenti perché incapaci di parlare, di comunicare, di dire di sé, eppure metaforici, poiché in termini metaforici pensano.

7. Esseri imparentati col nulla, dal quale provengono, e con il ‘prima’.

8. Il sistema nervoso dei bambini è particolarmente ricettivo nei confronti dell’ambiente esterno e vi entra in sintonia fino al punto di immergersi nella sua fluidità; fino ad arrivare a cogliere di esso, della realtà circostante, sin dentro le cose, intrecciando logica e fantastica, ciò che il mondo adulto non vede, nonostante in quel ‘magma’ risiedano, i fondamenti dell’essere uomini.

9. Nei loro quaderni segreti ho ritrovato poche parole scritte e molti disegni, alcuni dei quali indecifrabili.

10. I bambini amano giocare nelle pozzanghere e modellare forme con la terra.

11. I loro giochi e tutto quanto possa essere considerato un loro ‘segno’ è diventato il mio atlante di suggestioni.

12. le maschere rituali degli indiani Kwakiutl nelle fotografie di Edward S. Curtis.

Uno sciamano Hamatsa emerge dagli alberi dopo un rituale di iniziazione. fotografia di Edward S. Curtis

Bekhu’s, l’uomo dei boschi ( fotografia di Edward S. Curtis, 1915)

Il Bekhu's, detto anche "The Wild Man of the Woods", Uomo Selvaggio dei Boschi, è una creatura soprannaturale a capo di un piccolo gruppo di gente mitica fra gli Indiani Kwakiutl sulla costa nord ovest dell’America settentrionale. Il Bekhu's, in conseguenza, è anche indicato come il Capo dei Fantasmi. Vive nel fitto dei boschi ed è il custode/detentore delle anime degli annegati. È di piccola taglia e rappresenta l’incarnazione spirituale di tutto ciò che vi è nella foresta. Ha un corpo peloso di colore verde, il volto scheletrico con zigomi sporgenti ed un naso adunco che arriva a toccare il labbro superiore. Poichè l'’Uomo Selvaggio dei Boschi predilige cibarsi di vongole, che si trovano solitamente nella sua zona, lo si può incontrare lungo la costa mentre scava nella sabbia alla loro ricerca. Generalmente è timido e ha paura degli esseri umani.


Gruppo di danzatori mascherati durante la cerimonia d'inverno dei Kwakiutl. A sinistra, senza maschera facciale si scorge un Danzatore Cannibale (Hamatsa) con gli ornamenti di corteccia di cedro. In piedi sulla destra un personaggio con la maschera dell'Uomo dei Boschi (Beku’s) (Fotogtafia di Edward S. Curtis, 1915)

Le Dzonoq!wa sono delle persone che vivono nell’entroterra o sulle montagne. Le loro case sono lontane ed all’interno del bosco. Una di esse vive in un profondo lago in cima ad una montagna. Vi è un sentiero che conduce, dai villaggi abitati dagli umani, a uno stagno vicino al quale sorgono le loro abitazioni. Le Dzonoq!wa hanno il corpo scuro, gli occhi ben aperti, ma sono posti così in profondità nella testa che questi non possono vedere bene. La loro taglia è due volte quella umana. Sono descritte come giganti. Le loro mani sono pelose. Generalmente la Dzonoq!wa che appare nelle narrazioni è un soggetto femminile. Spesso ha grandi seni ciondolanti. E’ così forte che può abbattere alberi di grandi dimensioni. La Dzonoq!wa può viaggiare sottoterra. La Dzonoq!wa pronuncia le parole in modo tale che ogni sillaba di un discorso ordinario è ripetuta (con l’iniziale “h” sostituita alla consonante iniziale della parola o con la lettera “h” introdotta prima della vocale iniziale.

La loro voce è così forte che scuote le tavole dei tetti, e quando la Dzonoq!wa grida, lampeggiano fulmini

F. Boas, Kwakiutl Culture as Reflected in Mythology. New York: American Folk-Lore Society, 1935.


13.Le maschere del Carnevale allegorico di Norimberga

14. Ora è arrivato il momento di cominciare a svelare come hanno usato il quaderno:

Stimolati dai miei racconti sul sistema solare:

il sole è una palla di fuoco

il carattere dei pianeti

il rapporto fra la Terra e la Luna e la ciclicità delle lunazioni

le stagioni

Il tempo del contadino, del suo lavoro nei campi e la stagionalità dei suoi frutti

15. Hanno disegnato e modellato un bestiario di figure Selvagge e Folli ai confini con l’umano, tratti antropomorfi, zoomorfi e fitomorfi. Esseri che eccedono l’umanità, sono i mostri mitici che abitano il bosco nella loro immaginazione. C’è qualcosa in questi sgorbi che trasmette le forze primordiali e originarie al principio della natura.

16. Uomini ricoperti da una folta peluria combattono con leoni e mostri fantastici.

17. Il Selvaggio è raffigurato con il suo attributo, il bastone nodoso, che ne indica lo strumento attraverso cui si difende e combatte.

18. Vive al di fuori dei luoghi inurbati, ma non in luoghi irraggiungibili, abita le selve e i boschi, i luoghi che confinano con i villaggi, con la civiltà, e qui elegge a suo rifugio una grotta o un albero cavo. Non si tratta di semplici dimore, ma di magiche porte che consentono il passaggio verso un mondo altro, il mondo infero, degli antenati, i quali per le culture orali appartengono alla sfera delle origini, quindi del sacro. Grotte, caverne e cavità possono essere interpretate come aperture attraverso le quali è possibile raggiungere il mondo infero e uscirne. La capacità di migrare tra i due mondi era ritenuta una caratteristica delle figure ctonie che si collocano in territori marginali o di confine, le quali hanno il potere di transitare tra una sfera e l’altra della realtà.


      19. La capacità di trasmigrare fra due mondi suggerita dai luoghi in cui vive il Selvaggio, porta con sé il tratto della zoppìa, delle aritmie deambulatorie.

      20. Il potere di spostarsi tra due mondi implica un contatto e una contaminazione con coloro che abitano gli inferi, i morti, ovvero gli antenati, intesi come le forze primigenie della natura. Forze che hanno in sé la potenza di tutti gli elementi (vegetali, antropomorfi e animali) e che permeano le figure che hanno contiguità con esse.

      questi appunti sono stati raccolti da maggio a luglio 2018

        Intendo ringraziare la generosità di Alice Benessia, Raffaella Spagna e Andrea Caretto senza i quali questo lavoro non sarebbe stato possibile. Il mio debito va anche alle illuminanti conversazioni e le preziose letture condivise negli ultimi mesi con Giulia Nomis. L’incontro proficuo con i bambini della Scuola per l’ Infanzia di Levice è stato possibile grazie al gentile entusiasmo e curiosità delle maestre Francesca Boffano e Paola Giacomazza e delle loro collaboratrici Carla Taretto e Alessandra Cavallo.