la radice dell'ombra | carla taglietti

pianpicollo research residency 023

Ottobre 2022 - Maggio 2023

Da alcuni anni conosco questo posto meraviglioso, Pianpicollo Selvatico, un paradiso terrestre, casa di molti esseri viventi, di varie specie organiche e inorganiche, una biodiversità che cerca di convivere in modo rispettoso e curioso, curata dalla sensibile e intelligente guida di Alice Benessia. Gli abitanti umani di Pianpicollo mi invitano alla residenza di ricerca dell’anno 2022-23 e immediatamente sento forte l’occasione di vivere questo luogo in ascolto delle diverse stagioni che permettono il continuo cambiamento dello stesso paesaggio. La mia ricerca artistica si può nutrire della variazione nella continuità.

Inizio a vivere questo posto nella nuova veste di artista dal 15 novembre 2022 e per avviare la ricerca in questo luogo posso partire da molti punti di vista. Ogni luogo è vivo e pieno di specifiche strade. Posso lavorare come uno scoiattolo o come una poiana, come un asino o come una lepre. Posso partire da chi ci abita, umano, animale, vegetale, minerale o posso lasciarmi ispirare dalle storie e dalle tradizioni. Voglio darmi la possibilità di vedere dall’alto come l’aquila per coinvolgere tutti questi aspetti ma allo stesso tempo entrare dal basso, da dentro come un cinghiale che annusa e scava. Ciò che desidero subito è camminare, esplorare questo luogo prendendolo da più lontano, perdendomi tra i sentieri che lo circondano. Il mio corpo ha bisogno di conoscere gli argini in cui poter far danzare il suo intuito. Ed ecco vedo l’autunno che si mostra nei colori unici delle foglie. Le piante mi invitano ad essere guardate e mi viene la voglia di raccogliere le foglie cadute e seccarle per poterle trasformare in altro. Inizio a sentirmi testimone della vita che scorre. Noi Esseri Umani abbiamo il nostro ciclo di vita ma intorno a noi ogni essere ha un tempo di esistenza differente e altrettanto prezioso. Osservando l’esistenza di una pianta e di un animale mi accorgo che in maniera naturale porto l’attenzione al mio intimo e quando sono in contatto con questo ecco che accadono le epifanie e vedo una lepre nel bosco, l’animale messaggero tra i due mondi, simbolo di inizio di una nuova fase. Leggo questo segno con la mia chiave di interpretazione e mi sento protetta e autorizzata nel nuovo percorso di ricerca. E’ chiaro dentro di me, è a Loro, ad Animali e Piante di questo luogo, che voglio dedicare la mia attenzione ed omaggiarli per la loro bellezza e insegnamento.

Le pratiche che voglio costantemente esplorare sono il camminare e il vedere. Spesso il mio processo creativo passa attraverso il cammino e camminando incontro. C’è qualcosa che mi chiama, mi porta verso una direzione piuttosto che un’altra e allora cerco di stare aperta ascoltando il mio intuito.

Il lavoro sulla vista mi porta al “Turnig” ovvero “aspettando la notte” pratica che ho imparato nel TeatroNatura, vicina ad una forma di meditazione. Giro lentamente su me stessa, per un’ora, nel mezzo del “pratone”, con respiro lieve e pensieri fluidi e partecipo, testimone, al passaggio tra il giorno e la notte. Una sera provo attimi di infinito piacere che porta quasi alle lacrime, provo la sensazione di stare nel grembo, di essere cerva protetta dal bosco. Un’altra sera entro nella nebbia, poco a poco i confini si sfuocano e gli alberi diventano fantasmi evanescenti. Giro silenziosa su me stessa per non farmi sentire e sento una tensione che affina la mia presenza, mi sembra di essere su una soglia che non dovrei varcare. A quest’ora l’umano va in casa e lascia il campo libero finalmente, io invece sono qui e varco uno spazio sacro al vivente non umano. La notte è dell’animale.

Quando cammino, oltre al respiro consapevole, porto l’attenzione allo sguardo e sperimento i diversi modi di guardare lontano, guardare vicino e guardare a mezza distanza; come cambia la mia attenzione? il mio udito? la mia lingua connessa con i piedi e gli occhi? Qui a Pianpicollo la vista si può dilatare, si può espandere guardando la bellezza dei cavalli che corrono nel lungo prato, le lontane cime innevate e le prospettive dall’alto degli alberi sempre in cambiamento, o può essere molto dettagliata per vedere da vicino le striature dell’orchidea, la goccia di rugiada sul filo d’erba, le sfumature di colore sulla criniera delle asine.

Decido di fotografare per seguire gli avvenimenti e i cambiamenti delle stagioni che vivrò a Pianpicollo. L’esperienza dello stare nel luogo, del camminare attraverso, mi porta a pensare a una fotografia stereoscopica, una fotografia che trasmette un’illusione di tridimensionalità e che possa così tradurre più da vicino il mio tentativo di stare dentro. Questo tipo di tecnica mi obbliga a cercare la prospettiva di un luogo, a considerare i diversi piani in cui si compone l’immagine che scelgo e quindi a guardare le linee che creano la profondità. Più lo sperimento, più noto che il mio occhio si rilassa e trova riposo nella complessità dei piani.

Stare a Pianpicollo significa ricentrarmi. Qui il tempo si dilata e ricordo di ascoltare il respiro e vivo la continuità della stabilità del ciclo naturale, che mi radica e mi calma. “Artista in residenza”? Mi sembra più di essere “vivente in esperienza”. Essere artista adesso, in questo momento storico bombardato, letteralmente e metaforicamente, è una domanda per me. Cerchiamo di tenere in piedi un mondo che si è già trasformato e io come molti altri non voglio e non posso così tanto cambiare. C’è una forma di resistenza in me. Ora essere artista mi sembra l’ultima cosa importante nel sistema. Voglio e ho bisogno di partire dalla base per rivedere cos’è per me la funzione dell’artista. Prima di tutto lo sento come un cammino personale di apertura al vedere e quindi ad essere in connessione con il vivente che condivide questo spazio con me, o meglio arrivare a sentire e trovare quella calma di essere “essere tra esseri,” senza gerarchia di importanza, solo con diverse caratteristiche e possibilità di provare esperienze in questa vita.

La mia ricerca in questi mesi comprende anche i lavori di cura quotidiana degli animali. Quando porto i cavalli e le asine al loro recinto di pascolo, sono loro che decidono il passo. Mi portano a seguire un ritmo sostenuto, sento che sono spinta alla cintura dal loro movimento. Devo essere leggermente in anticipo, perché le loro zampe non trovino inciampo con le mie. Poi si fermano improvvisamente per brucare e scelgono il loro ciuffo d’erba da cui è difficile distrarli. È altrettanto chiaro il loro momento di interruzione sulla via, uno stop deciso, come se qualcosa li chiamasse con urgenza, sicuramente una buona pianta che li stuzzica, una fresca erba saporita per il loro palato e un profumo a cui non possono resistere. Poi riprendono il passo, chi con eleganza, chi con costanza, chi con brio, chi con flemma. Ognuno ha il suo carattere nel posare gli zoccoli e io, che semplicemente indico una direzione, sono con loro nel procedere.

Alle volte nutro i cavalli, pulisco la stalla, porto i maiali nella loro tana, guardo le galline che si fanno compagnia nell’aiuola all’ombra e preparo la cena. Sono occasioni per lavorare l’attenzione al respiro, la cura dei gesti, il mio stato di presenza e per accorgermi delle ombre che ci accompagnano costantemente e di conseguenza del sole e del suo ciclo che ci comprende.

Inizio a sperimentare una serie di giochi con la mia ombra, cercando la relazione tra l’ombra e l’elemento naturale in cui lei esiste. Lavoro sul tatto: il tocco reale della mia mano con l’elemento e il tatto rarefatto, immaginario, sensibile dell’ombra. Cerco di lavorare le estremità che toccano a distanza, le possibilità di espansione del mio corpo e quelle della mia ombra. La luce del sole è potente anche in inverno e i prati di Pianpicollo lasciano spazio all’ombra lunga, al mattino presto e al tramonto, e all’ombra quasi attaccata al corpo, a mezzogiorno. E’ una scoperta sentirmi in connessione alle piante di lavanda nel campo, alle radici degli alberi, al fiore lontano da me, attraverso la mia ombra che li accarezza delicatamente. Gli alberi hanno tante dita per toccare e se toccare, anche a distanza, crea connessione, allora loro hanno una connessione molto vasta con gli altri rami, la luce, l’aria, l’acqua, noi che gli andiamo vicino e i vari esseri sottoterra.

La mia natura artigiana mi porta, ad un certo punto, a costruire, a usare gli elementi naturali che incontro e raccolgo, per creare nuove forme e omaggiare le piante e gli animali come d’accordo. Inizio a immaginare una giostra con le ombre degli animali che vivono qui a Pianpicollo e a comporre le loro sagome con le foglie essiccate. Nel collage cerco di unire elementi naturali che sono vicini all’animale, che gli appartengono o lo proteggono. Parto dal ritratto fotografico dell’animale e integro gli elementi che si avvicinano alla sua natura per colore, forma, similitudine, così da comporre la sagoma ricordando il suo carattere.

Non so ancora che installazione realizzerò con queste figure, ma so che sono molti gli animali che vivono qui intorno. Già oggi sono nati sette nuovi pulcini.

Gli animali, qui, sono molti di più che gli umani e qualcuno lo dimenticherò sicuramente, gli chiedo scusa. Avrò tempo però, oltre a quest’anno di Residenza, di incontrarli e grazie a questa esperienza avvicinarmi a loro con più ascolto e rispetto.

4-6 Agosto 2023

 Teatro d’ombra in natura: Il Workshop 

Il sole e la luna sono le nostre prime fonti di luce e contemporaneamente generatrici di ombre. Il laboratorio proposto è un lavoro di ricerca di teatro d’ombra in natura, in relazione con la luce del sole e il buio della notte.

Le nostre giornate sono scandite dalla luce e il paesaggio è quotidianamente fatto di ombre. L’occhio è abituato a vedere l’ombra ma meno attento ad accorgersi di essa e a dialogare e a godere della sua fluidità e impermanenza. Lavorare con l’ombra può rivelarsi un invito a rallentare e giocando con lei, accarezzando l’aria, ci si può avvicinare con delicatezza al mondo dell’inafferrabile. Parallelamente il lavoro in natura è uno studio sulla presenza e sull’ascolto, sull’essere insieme agli elementi (alberi, vento, sassi, animali, erba, cielo) e il lavoro proposto in questi giorni vuole tendere ad unire le due pratiche. Si lavorerà sul cammino per un’attenzione ad uno sguardo attivo e un ascolto sensibile in relazione al luogo naturale, si sperimenterà il teatro d’ombra all’aperto con esercizi e proposte in diverse ore del giorno e della notte. Ci avvicineremo alla tecnica del teatro d’ombra e alla sua poetica, legata all’ essenzialità, alla radicalità e alla semplicità che anche la natura ci suggerisce.


Riflessioni di alcuni partecipanti

“Guardare le ombre ha qualcosa di simile alla sensazione di guardare il fuoco. In entrambi i casi percepisco un’azione calmante e nutriente, un senso di necessità e di pienezza.” Elisa

“Ho imparato che c'è sempre un po' di ombra che ci può salvare, anche quando non è visibile all'occhio umano. Come una seconda chance, insperata e sorprendente, da proteggere e coltivare: una radice, una sorgente, uno spiraglio, una scintilla di fuoco perenne.” Antonella

“Riguardo alle impressioni sul laboratorio, ne ho ricevute tante. In due giornate e mezza ci sono stati continui cambi di prospettiva, un po' come una esplorazione di diverse grandezze (dal piccolissimo, buio, chiuso, vicino, al vasto, aperto, luminoso, lontano, ecc...). Le più forti, come spesso accade, sono legate ai momenti in cui, tra le maglie di una struttura solida e nitida, s'infiltra qualcosa di imprevisto. Tipo noi che ci ritraiamo al sopraggiungere dei cavalli, il vento che a tratti gonfia la tenda come una medusa, la luna che proietta ombre serie come se prima avessimo scherzato con i faretti, le risate prolungate a cascata della seconda sera, il buio pesto della saletta con effetto camera oscura (come se niente contasse più che la gestazione di quel micro-mondo), l'intravedere con la coda dell'occhio altri micro-mondi fantasmagorici, sognare dentro il loro sogno...” Heidi

29 agosto - 4 settembre 2023

Mi dedico alla composizione e costruzione delle sagome degli animali. Uso il bisturi per tagliare la pelle dei miei animali fatta di cartone e foglie. E’ Monica, la veterinaria, che mi ha dato questo strumento, vedendomi tagliare con il cutter a fatica. Lei usa questo stesso bisturi per tagliare la pelle dei suoi animali.

Sono partita da un’idea: seccare le foglie per vestire gli animali con esse. Volevo unire il vegetale con l’animale, per ricordare quanto l’uno sia dentro l’altro e viceversa.

Ho raccolto molte foglie in autunno durante i cammini in Pianpicollo, le ho pressate tra le carte di giornale e sotto pietre pesanti e in primavera ho aperto i fogli e trovato molto materiale per lavorare al collage. Così le mie sagome sono nate.