abitare il selvatico: estratti dal diario di Pianpicollo

interspecies coexistence

Press Corriere Della Sera - 27esima ora

Testo e lettura di Alice Benessia in Sette Giorni per Paesaggi - Immaginari del Limite, un progetto di EN Laboratorio Collettivo. Quarto episodio “Selvatico”, con Antonio De Rossi, Alice Benessia e Umberto Petranca. Disponibile su storielibere.fm

Text and reading by Alice Benessia in Sette Giorni per Paesaggi - Immaginari del Limite, a project by EN Laboratorio Collettivo. Forth episode “Selvatico” with Antonio De Rossi, Alice Benessia and Umberto Petranca. Available in Italian on storielibere.fm

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Pianpicollo è una frazione isolata in una vallata che poggia su un piccolo altopiano, un’anomalia nel paesaggio terrazzato dell’Alta Langa. È questa peculiarità che gli dà il nome. Pianpicollo è stato tradotto in tempi recenti dalla parola Cianpicòl, “piccolo piano” nel dialetto già un po’ ligure del Piemonte meridionale. L’ho trovato scritto in una mappa del tardo settecento, antecedente alla cascina in pietra che è stata costruita nel 1811. Poco dopo essermi insediata qui, ho scoperto in una casuale conversazione con dei vicini che al toponimo è associato un aggettivo, Selvatico, che lo distingue da un altro Pianpicollo detto Domestico, una cascina più in basso nella vallata, orientata a sud. È selvatico, mi dicono, perché è isolato e perché la neve tarda a sciogliere. Questo perché è orientato a nord est, un’altra anomalia rispetto al sud ovest delle cascine tradizionali. Mi si dice anche che Ciampicol (il selvatico) è sinonimo di un luogo remoto. Andare in Ciampicol si usa per dire in cima al mondo proseguono, a casa del diavolo, e omettono per delicatezza la metafora più nota che riguarda il posteriore dei lupi.

E in effetti a Pianpicollo, il selvatico è molto presente. Nelle varie stagioni la notte si popola di suoni - versi e rumori di animali dei boschi. Si alternano nel silenzio cinghiali, caprioli, lupi, volpi, ghiri, rapaci notturni e molto altro che non so riconoscere, o che semplicemente si aggira in silenzio. In un’esperienza di monitoraggio ambientale, ho sentito la presenza estiva dei pipistrelli, attraverso un sensore che trasforma gli ultrasuoni in frequenze udibili. C’è un mondo intero di creature che nella notte vive indisturbato nel paesaggio e di giorno si nasconde alla presenza umana.

In un movimento opposto, le creature domestiche che abitano il borgo insieme a me, un piccolo gruppo di animali umani e non umani, si avventurano nel paesaggio durante il giorno e si ritirano la notte, al sicuro.

Le piante che ci circondano mi danno l’impressione di assistere per lo più inermi alle maree di mammiferi, uccelli, insetti, rettili e anfibi che si alternano. I mammiferi, domestici e selvatici, possono essere molto molesti, mangiano bulbi, radici, fusti e rami, rosicchiano le cortecce, scavano buche, compattano e rivoltano la terra.

Le piante domestiche nell’orto, nel frutteto e nel giardino sono protette con recinti di vario tipo, più alti, più bassi, a rete, a filo; un po’ perché sono più giovani e fragili, un po’ perché sono funzionali a noi mammiferi umani. Decidiamo dove e come crescono, se e dove si riproducono, spesso anche quando è l’ora di morire. Le piante selvatiche intorno convivono senza particolari remore con il resto dei viventi, più esposte alla contingenza. Due tipi di esistenza separati tra loro da barriere fisiche e differenze genetiche.

Nel piccolo altopiano c’è anche un grande pascolo. Realizzo molto presto che alle nostre latitudini la prateria è una forzatura, un sistema fuori equilibrio dal punto di vista ecologico, continua a esistere solo con una costante manutenzione stagionale. Se lo si lascia andare, si inselvatichisce, in senso letterale. Torna a essere bosco. I primi a colonizzarlo sono gli arbusti spinati, rovi, rose canine, prugnoli, biancospini. Si dice, leggo in un libro, che il prato si arma per difendere i semi degli alberi dAgli animali. Lo si vede accadere nelle fasce di confine con il bosco, colonizzate da siepi spinose che cercano di avanzare, rotte in punti precisi dove i cinghiali pionieri decidono di creare i loro sentieri. Le società di piante, mi rendo conto, non sono in realtà inermi e tanto meno inerti, la faccenda è molto più complessa. I confini tra selvatico e domestico sono sfumati, nel tempo e nello spazio.

Insieme a me, sono residenti stanziali a Pianpicollo alcuni animali tradizionalmente di cascina. In questo momento, 4 galline e due galli, due maiali, due asine e tre cavalli. Sono arrivati qui in dono, qualche volta in emergenza, attraverso incontri e storie diverse, spesso difficili. Qualcuno già vecchio, qualcuno nato da poco, qualcuno nel fiore degli anni. Sono specie addomesticate da millenni e selezionate in tempi più recenti in modo sempre più preciso, per assolvere funzioni specifiche. Programmati nel comportamento e nell’espressione genica.

A Pianpicollo non hanno più una vita funzionale, non vengono mangiati e messi al lavoro. Sono liberi di muoversi nella vallata durante il giorno e rientrano, in orari diversi, nei rifugi di varie forme e misure che li ospitano per la notte.

Conduco con loro una sorta di esperimento, di reciproca cura e trasformazione.

Tendo a osservarli, a stare con loro senza uno scopo particolare, al di là delle mansioni di pulizia quotidiana. Sento la loro presenza come vita in una forma, in qualche modo accessibile, eppure altra da me. La sera prendo nota di alcuni dei pensieri e degli eventi del giorno.

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Estratti dal diario di Pianpicollo

2020

§ 5 maggio

Oggi Priscilla non sta bene. Resta immobile nella paglia mentre le altre si allontanano. Forse aspetta di fare l’uovo. Torno a vedere dopo qualche ora ed è poco più in là. Non ha mangiato nulla, non razzola. Archimede torna a prenderla, ma lei non si muove. Provo a lanciare qualche granaglia tra i due. Archimede riconosce il cibo e comincia un suono delicato e ritmato. Lo fa quando c’è qualcosa di buono, per avvisare le ragazze. Prende anche nel becco i grani più appetitosi, i semi di girasole e li serve a Priscilla. Niente, non mangia. La sera si ritira nel pollaio con le altre.

§ 6 maggio

Priscilla non migliora. Sento Achille che mi spiega come ispezionare la cloaca, per capire se sta cercando di fare l’uovo e non riesce. Sento l’uovo al di là di una membrana. Priscilla si fa visitare, mi mette la testa sotto l’ascella. Achille mi dice di aspettare.

§ 7 maggio

Trovo un uovo accanto a Priscilla, ma lei resta molto debole. Chiedo ad Achille se conosce un veterinario che mi possa aiutare. Mi dà un paio di numeri di telefono e mi dice che mi devo preparare alle risate di chi chiamo. Mi spiega che i clinici per i polli sono molto rari. I veterinari tengono in salute gli allevamenti, non le singole galline. Un tempo, mi dice, in cascina c’era sempre qualcuno che sapeva curarle. Oggi non più. Un pulcino costa 1 euro, al massimo 2. Non ha senso curare una gallina. In effetti i vicini mi hanno guardata increduli alla domanda di un dottore per Priscilla. E le risate sommesse dei veterinari, al telefono, si fanno sentire. Non sanno come aiutarmi. Scoraggiata, le propongo cibi diversi e la osservo mangiare dei piccoli pezzi di mela. Spero che si riprenda da sola.

§ 8 maggio

Priscilla non migliora. Uno dei veterinari che ho sentito ieri mi richiama. Dice che si è ricordato di una clinica per animali da compagnia vicino a Cuneo. Ci lavora un collega che cura gli uccelli. Ma certo, da compagnia. Basta cambiare la funzione ufficiale dell’animale e ciò che è incongruo diventa normale. Non ho mai pensato alle galline con cui abito come animali da compagnia. Chiamo subito e mi dicono che il dottore sta visitando un pappagallo. Mi viene da ridere. Lo sento poco dopo. Mi dice che deve vederla. Al telefono non può aiutarmi. Il primo appuntamento possibile è domani.

Mi viene in mente che per gli uccelli selvatici, non funzionali, esistono i centri recupero. Vivono per lo più di donazioni e non accolgono galline, uccelli addomesticati.

Le galline come individui non hanno un senso economico e dunque semplicemente non esistono. O forse esistevano, ma oggi non più. Non è una questione etica, è ontologica.


§ 9 maggio

Scarico il modulo per l’autocertificazione e alla voce “motivo dello spostamento” scrivo emergenza medica. Sorrido all’idea che se qualcuno mi ferma devo mostrare Priscilla in un trasportino da gatto riempito di paglia. E devo dire, è il mio animale da compagnia.

Quando prendo Priscilla, Archimede inizia a fare il verso del pericolo: uno strillo ritmato molto forte e acuto. Isidora e Serafina si aggregano e il concerto è insopportabile. Archimede insegue me, e il trasportino con dentro Priscilla che strepita, fino alla macchina. La scena è assurda, mi sento completamente ridicola.

Non guido da mesi – e mi fa una certa emozione. Il paesaggio è irreale, strade deserte, paesi fantasma. Priscilla in macchina è tranquilla.

Alla clinica non vedo nessuno, le procedure Anti Covid sono rigide e la tensione è alta. Un’infermiera registra la paziente. Nome, Priscilla. Data di nascita, primavera 2018. Qui la gallina è ufficialmente un individuo. Vedo al di là di un vetro, un signore con un cane, in sala d’attesa. Mi guarda attonito da dietro la mascherina.

La visita è breve, altre uova non ce ne sono e sembra che il problema siano dei comuni parassiti intestinali, che possono diventare molto pericolosi, letali se non curati. Mi prescrive un’apposita medicina.

Mentre compila la ricetta, racconto il problema della ricerca di un medico per galline. Il Dottore si infiamma. Suo nonno mi racconta, allevava galline da competizione – per bellezza. E le sapeva curare. Ha imparato da lui e quando ha fatto veterinaria si è specializzato in volatili. “Oggi ci sono solo più i veterinari da allevamento. Sono epidemiologi, mi dice, non medici”. “E guardi un po’ quello che sta succedendo”. Siamo ormai in mano anche noi agli epidemiologi. Nessuno che sappia più curare il singolo, che sappia prendersene cura. Per questo siamo messi così male ora, mi dice. “E poi, guardi, continua, i medici ora neanche li ascoltano”. Taccio.

Per un momento pensiamo insieme alla specie umana come a un gigantesco allevamento intensivo. Priscilla intanto è di nuovo nel trasportino, muta e immersa nella paglia. Pronta per tornare a casa.

In macchina, sorrido al pensiero che come medico lui, oggi, preso dai suoi discorsi è stato un po’ sbrigativo.

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§ 20 settembre

Inizio a capire la questione che mi mette in difficoltà. Il corpo dei cavalli è enorme, e non ci ho mai avuto a che fare prima. Nel tempo sto prendendo le misure, il mio corpo si sta abituando alle proporzioni, alle masse, alle frequenze dei movimenti.

§ 2 novembre

Pulire la stalla è una gran fatica. Carriola dopo carriola, provo a immaginare che cosa vuol dire tenerne 100, 1000, 10000 al chiuso. Qui ce ne sono solo 5 e sono confinati solo qualche ora di notte.

Mentre spazzo il marciapiede che separa le gomme dei box dalla sabbia del paddock, penso al demone di Maxwell, che inverte temporaneamente l’entropia di un sistema. Per poi ricominciare da capo il giorno dopo. Mi sento una creatura paradossale della termodinamica.

§ 3 novembre

Pulire la stalla è anche un rituale.

Penso di nuovo alla termodinamica. Il lavoro è l’energia scambiata tra due sistemi per effetto di una forza applicata lungo una distanza. Qui è l’energia richiesta nella domesticazione di animali nomadi. A pensarci, lo stesso vale per le pulizie di casa.

La potenza è la quantità di energia traferita da un sistema a un altro, in un’unità di tempo. È più facile rimanere in contatto con i fenomeni intorno e dentro di me mentre lavoro con la potenza del corpo, quella metabolica. Mi pare che si sviluppi una connessione tra il dentro e il fuori. Penso alle radici delle piante.

§ 20 novembre

Gli equini non si tirano mai tra loro. Si spingono soltanto. Per comunicare, giocare, e stabilire le gerarchie. Noi primati umani, con il nostro pollice opponibile, d’istinto tiriamo e non spingiamo. Spesso non ci capiamo anche perché noi siamo predatori e loro prede. Me lo ha detto oggi Barbara, nel nostro primo incontro sul linguaggio degli equini. Mi ha aperto un mondo.

A me capita di tirare senza successo, le dico, quando il cavallo si pianta. E qualche volta mi lascio spingere, anche un po’ divertita. Penso di essere mite. Barbara mi chiarisce la faccenda. La mia reticenza a guidare il branco, la mia ingenuità nel pensarmi fuori dalle sue dinamiche, può essere pericolosa. In caso di necessità devo poter intervenire. E in generale la mia riluttanza crea confusione. Abituati alla relazione con l’umano che decide, i miei equini sono spaesati.

Alla fine della giornata ci fermiamo a parlare. Nell’equitazione tradizionale si impara a comandare da predatori, mi dice. Con questo metodo si arriva a guidare come un equino tra gli equini, da capobranco”. Mi ricorda, anche un po’ divertita, che tra gli equini, le guide stabili sono le femmine. E che il branco assume il carattere della guida. Se è mite, il branco è mite.

§ 23 novembre

Line torna dal pascolo con un grande ramo di rosa canina impigliato nella coda. Cerca di toglierselo ma si punge, e si spaventa. Mi avvicino e piano piano inizio a sbrogliare il groviglio di crini impigliati. Lei subito si sposta, poi capisce che la sto aiutando e si ferma. Le mie mani sciolgono nodi e evitano le spine. D’improvviso mi sento scimmia accanto ad un equino. Una collaborazione tra specie. Realizzo che il mio corpo animale si sta svegliando.

§§§§

2021

§ 31 gennaio

Urlano come se qualcuno li stesse torturando. È impossibile ignorarli. Vogliono solo uscire dal loro rifugio notturno perché mi hanno sentita arrivare con qualche noce in tasca.

Baldo come al solito esce per primo. Poldo lo segue.

Camminano un po’ a fatica. Con la neve escono molto meno allo scoperto e le articolazioni al risveglio tardano a mettersi in moto. Sono il loro punto debole.

Sono selezionati per ingrassare rapidamente ed essere mangiati da giovani. Se nessuno li mangia, mi dicono, finiscono per morire presto, immobilizzati dal loro stesso peso. Qui si muovono e grufolano tutto il giorno, come i loro cugini selvatici. Forse così riescono a invecchiare. Lo spero.

Attraversano la legnaia coperta e si avvicinano al confine con la strada. Baldo si ferma e annusa la situazione. Sente l’odore del ghiaccio, vedo che lo sta mappando per capire se e dove può passare. Lo osserva col naso. Ho letto che i maiali hanno il senso dell’olfatto 20 volte più sviluppato di quello dei cani. Annusano gli imprevisti, gli eventi, il passare del tempo.

Torna indietro. Poldo lo osserva. Nella legnaia trova della paglia, la mette in bocca. Penso che se la mangi e invece no. Torna al confine e la sparge sul ghiaccio, dove è più sottile. E ci cammina sopra.

I maiali sono strateghi straordinari. Ho letto che tra i mammiferi, solo i primati e i cetacei li superano per intelligenza. Non certo per arguzia e simpatia.

Poldo lo segue. Attraversano la strada e si dirigono verso il loro prato preferito del mattino. Si parcheggiano paralleli come al solito e svuotano la vescica in perfetta sincronia. Fatto questo mi si presentano davanti per la colazione. Due noci a testa.

Poi si mettono in marcia, uno dietro l’altro. Si muovono con la sicurezza di chi sta andando a un appuntamento e non vuole tardare.